Il testo Genetic Architecture/Arquitecturas Genéticas è stato pubblicato nel 2003 come risultato e stato di avanzamento lavori della ricerca del dipartimento e del Master in Architettura Genetica dell’Escola Tècnica Superior d’Arquitectura (ESARQ) di Barcellona.
La mia iniziale idea era quella di proporre all’interno di questo blog unicamente libri, articoli e riviste che fossero strettamente legati alla mia ricerca, e soprattutto che fossero validi suggerimenti per un potenziale lettore piuttosto che pubblicazioni da evitare accuratamente. Finora infatti le diverse letture che ho trovato inconcludenti ho evitato accuratamente di proporle e di discuterle. Questo libro non farà la stessa fine di altri, in quanto diversi motivi per irritarsi e ritenersi insoddisfatti di questa lettura possono essere interessanti spunti per delle riflessioni. Innanzitutto si può comprendere cosa effettivamente venga prodotto all’interno di ambienti accademici, al di fuori del loro nome accattivante, poi soprattutto si può iniziare a togliere un po’ di confusione, soprattutto nella definizione delle parole e dei temi di cui si vuole seriamente discutere.
Per farla breve, intendo riflettere su Arquitecturas Genéticas richiamando l’attenzione su poche pagine che mi hanno più di altro fermato e costretto a prendere qualche appunto. Il libro è scritto sia in inglese che in spagnolo e le pagine cui faccio riferimento seguono il testo in inglese.
Partiamo da pag. 53, dal capitolo “Science More Than Intuition”. Diciamo che qui la sintesi la fa da regina, e nonostante questa estrema capacità di comprimere i concetti la confusione e la scarsa conoscenza della materia purtroppo traspaiono ancora chiaramente. Si fa un cenno ad Holland, tra l’altro senza citarne né il nome né un testo. Intuisco a questo punto si tratti di John Holland, autore di Adaptation in Natural and Artificial Systems (1975). L’intuizione però mi crea subito uno stato d’imbarazzo proseguendo nella lettura: Ignasi Pérez Arnal, autore di questo capitolo, rende grazie ad Holland per le sue teorie (non si capisce quali) e per aver reso familiari a tutti loro questi strumenti (quali?) che permettono agli studenti di situarsi ad un livello superiore di comprensione e sviluppo del progetto architettonico (?!?). Proseguendo, si cerca di entrare nel merito, dicendo che questi strumenti permettono di manipolare e visualizzare le informazioni. Si fa riferimento ancora al mondo degli affari ed al tradizionale metodo di form-finding sviluppato in Germania (suppongo si tratti di Frei Otto, ma non c’è scritto quindi…). Bene, che significa tutto questo? Scrivere su temi così delicati, e già così difficili da trattare di per sé, non è un gioco e non si può pensare di esprimere il proprio parere senza avere una base scientifica e definire esattamente i vocaboli utilizzati ed i riferimenti citati. Questa è una pura presa in giro! Sfido l’autore a dimostrarmi il contrario.
Prima di passare al punto successivo, consiglio di fermarsi alle pp. 65-69 per guardare le immagini dei lavori prodotti durante il master. Ovviamente non sono spiegate e commentante adeguatamente. Le prendo quindi come esercizi di modellazione e visualizzazione di forme complesse, astratte, prive di contesto e rapporto con l’uomo, nelle quali non si riscontra alcun tipo di sperimentazione con tecniche evolutive per migliorare delle prestazioni, che siano strutturali, acustiche, ecc.
Passiamo quindi a pag. 75 e arriviamo al capitolo “Genetic Master Research”. Qui abbiamo il succo dell’approccio al mondo genetico… Viene spiegato dall’autore che si parte da Sullivan, dal suo testo “A System of Architectural Ornament”. Questo è utile per capire come il mondo organico e botanico siano integrati e le loro informazioni possano essere estratte (vi chiedo pietà per quel che scrivo: non sto neanche cercando di interpretare il testo, perlopiù traduco e riporto! Non ne ho responsabilità!). Credo che qui il riferimento sia ai Frattali ed alla possibilità di utilizzare semplici regole per iterarle in modo automatico e generare nuove forme più complesse di quella di partenza. Mi sembra di aver compreso però che anche il riferimento alla modellazione NURBS-based rientri in questo capitolo (diciamo semplicemente il discorso di appartenenza di una famiglia di forme allo stesso genere topologico, ma questo lo dico io, non è scritto nel testo). Le considerazioni di questo capitolo sono in conclusione estremamente banali ed anche in parte errate, in quanto prescindono dalla conoscenza matematica dell’argomento in oggetto (sempre che sia uno solo, ma data la chiarezza del libro non escluderei altre possibilità!). Il capitolo conclude spiegando come le forme concepite vengono poi immediatamente realizzate con stampanti tridimensionali a controllo numerico. E per questo nulla di nuovo, un semplice File To Factory (si chiama così cari autori, per la prossima volta!) nel quale la parametrizzazione non introduce all’interno del progetto alcun vantaggio, in quanto si producono forme astratte, e non si ottimizzano casi studio, reali o non, realmente complessi.
Arriviamo al gran finale, siamo a pag. 103, ma perché non leggersi tutto il capitolo “Digital Experience(s)” di Alfonso Pérez-Méndez, che inizia a pag. 89. Qui devo dire che non si capisce veramente nulla. Si dovrebbe spiegare in pratica il processo evolutivo adottato (nonostante venga chiamato genetico e in tantissimi altri modi, considerandoli tutti sinonimi!). Si fa riferimenti ad una pagina web, ma il link non funziona, e non sono riuscito a recuperare nulla neanche tramite google, chissà! L’unica cosa chiara è che si parla del lavoro di uno studente brillante, Christie Whitten, che ha esplorato la possibilità dei principali modellatori tridimensionali basati sulle NURBS di generare superfici.
Per concludere, chiederei per favore, a chiunque cerchi di apportare un contributo a tali tematiche, di cercare di essere chiari e di spiegare sempre i termini utilizzati. A volte questo basta a capire di più, e soprattutto a rendere noto all’autore se esso stesso ha capito. Per secondo, bisogna sempre citare i riferimenti in modo completo e descrivere le immagini in maniera altrettanto minuziosa e articolata. Sono stufo di navigare su internet e di leggere libri nei quali chiunque produca degli screenshot di geometrie astratte e complesse si permette di dare un parere su questi temi, genericamente indicati come Architettura non-standard, architettura digitale o altro. Così facendo non si arriva da nessuna parte. Tantomeno leggendo Sullivan, Deleuze, o anche Hilbert come fa Bernard Cache ma senza cavarne nulla. I riferimenti sono importanti, da quelli storici e filosofici a quelli matematici e di computazione, ma non si può semplicemente citarli singolarmente e da lì costruire fumo.
Sarebbe più opportuno che bei lavori di modellazione solida e un minimo di ricerca frattale vengano nominati correttamente, invece di adottare titoli ambiziosi ma privi di contenuti.
Riporto qui sotto il riferimento bibliografico al testo commentato, e prometto presto di riordinare, correggere ed ampliare la pagina dedicata alla bibliografia.
ESTÉVEZ A. T., PUIGARNAU A., PÉREZ ARNAL I., Genetic Architectures / Arquitecturas genéticas, Lumen Books, SITES Books, Santa Fe, 2003.
[PoliTO - Biblioteca Centrale di Architettura 72.01 GEN]