Digital divide

Purini classifica l’architettura del digitale in tre ambiti, compenetrabili e sovrapponibili: l’ambito strumentale, l’ambito creativo e l’ambito utopico.
L’ambito strumentale racchiude quel modo di progettare che solo a posteriori fa uso del digitale, per gestire con più facilità la complessità degli elementi o delle parti dell’edificio. In realtà il processo progettuale che sta dietro l’opera, col quale essa viene concepita è piuttosto tradizionale. Il digitale non è ‘organico’ alla concezione dell’opera. Il caso limite di questo ambito è Gehry mentre in altri progettisti il digitale può limitarsi addirittura ad essere una ‘grafica di servizio’.
L’ambito creativo prescinde dalla ‘tettonicità trilitica’ e si progetta per un ‘costruire continuo’. E’ possibile contrapporre i termini fluidità e solidità per capire la diversità tra un’architettura tradizionale e questo ambito sperimentale. “In questo caso la modellazione digitale non è un plusvalore aggiunto , estetico e concettuale, al dispositivo plastico-spaziale dell’edificio, ma si identifica con il senso stesso dell’atto progettuale.”
Ma questo tipo di progetti si può chiamare ancora architettura dal momento che esautorano ogni naturalità del costruire?
Nell’ambito utopico il digitale evade da ogni referenzialità  delle forme fisiche per diventare ‘immaterialità informativa’ e ‘architettura mentale’. Si tratta di scenari possibili da intuire e difficili da descrivere.
“Sembra quasi che il digitale non possa corrispondere alle aspettative che esso stesso suscita proprio per l’inarrestabile progressione immaginifica cui dà luogo.”

Questa classificazione è tratta dal saggio di Purini raccolto nel libro “Architettura e cultura digitale” (vedi Bibliografia), e tratta con molta chiarezza e acutezza il tema del digitale all’interno delle pratiche architettoniche. Ma in tutto questo dove sta quello che si vede all’orizzonte? Dove stiamo guardando? Quale ambito pone le basi più solide per dei buoni esiti architettonici futuri? E’ solamente l’attività di Gehry a rientrare nel filone strumentale o si possono trovare altre applicazioni interessanti all’interno dello stesso approccio col digitale?

6 Comments

  1. valentina
    Posted 7 May, 2007 at 2:17 pm | Permalink | Reply

    Non ho letto il saggio, ma da quanto dici sembra che a porre le basi per uno sviluppo futuro in grado di dare concreti risultati in ambito architettonico sia la seconda branca, quella creativa… “che crea” è perciò solo da qui che potrà svilupparsi quello che vedremo nel futuro. Sarà, se non lo è già, la nuova matita, quella che stai imparando ad usare tu…o sbaglio?
    Nè la strumentale, nè tantomeno l’utopica sono in grado di creare qualcosa dal nulla, la prima perchè ha bisogno di uno studio formale alle spalle che denoti a grandi linee la morfologia degli elementi in progetto, la seconda perchè non può portare a nulla di concretamente realizzabile, ad oggi.

  2. Posted 7 May, 2007 at 2:36 pm | Permalink | Reply

    Escluderei l’ambito qui definito “utopico” in quanto si avvicina di più alla digital art oppure ad una creazione d’avanguardia piuttosto che ad una ricerca sulle geometrie complesse e gli strumenti di automazione in architettura.
    Però è anche da dire che tra le prime due categorie di Purini non si può far rientrare completamente il mio tema di ricerca. Mi spiego meglio: nei miei studi non mi occupo dell’attività progettuale architettonica dal punto di vista compositivo ma mi concentro su degli strumenti che possono favorire la multidisciplinarietà all’interno del processo progettuale. Attualmente, questo tipo di strumenti, come nel mio caso gli algoritmi genetici, vengono associati a casi specifici dove la forma è particolarmente complessa e libera, quindi di difficile definizione matematica. In questi casi, diventa veramente dispendioso cercare un buon compromesso formale-strutturale e quant’altro manualmente. Da qui l’idea di studiare sistemi di automazione, che facciano dialogare le due culture, quella compositiva con quella strutturale, per ottimizzare le forme pensate dai progettisti. Il metodo di approccio di questi strumenti è comunque euristico, si procede quindi per tentativi con criteri di selezione delle singole proposte. E sta proprio qui il suo fascino! Un’insieme progressivo di forme, sempre diverse e sempre più performanti, tra le quali il progettista può scegliere, con le quali può ragionare e continuare a comporre, il tutto senza alcuno stacco tra la composizione e la valutazione strutturale.
    Per concludere, direi che mi occupo di strumenti che si adattano a metodi progettuali del tutto classici, che diventano però innovativi proprio nel momento in cui viene usato lo strumento. Cioè, lo strumento è pensato sia per ottimizzare sia per creare.
    Il ‘limite’ che intercorre tra queste due attività è molto flessibile e del tutto arbitrario di caso in caso, e credo anche di progettista in progettista. Per definirlo bisogna in realtà definire il ‘dominio’ d’azione dell’algoritmo, e per questo rimando all’articolo precedente “Form-finding or Form-Improving?” dove si parla proprio di questo. Credo che sia il vero problema architettonico che sta dietro la questione, e non si può risolvere ma solo valutare di caso in caso, a mio parere.
    Magari potrei riproporre quel vecchio articolo, in una nuova versione ampliata con esempi e riferimenti, perchè sarebbe importante nascesse un vero dibattito intorno a questa questione.
    Grazie del commento

  3. Antonio
    Posted 1 August, 2007 at 7:52 pm | Permalink | Reply

    Ciao Alberto,

    Nemmeno io ho letto il saggio di purini, mi é sembreto di capire che l’architettura “digitale” si divide in tre filoni, e qui il primo dubbio.. lui individua 3metodi tra tanti o sono 3 e solo 3 i metodi che poi si penetrano compenetrano e sovrappongono?

    Io penso che ci sono vari metodi utilizzati dagli architetti per produrre architettura, tutti utilizzando il computer(quindi digitale)
    esludiamo qui il semplice utilizzo di autocad che si usa in tutti gli studi che ha sostituito la matita.
    e qui ti chiedo se per te l’architettura morfogenetica, che he solo una branca dell’architettura genetica in quale tipologia ricade?
    l’architettura evolutiva, anchessa una branca della genetica?
    contando che questa non esclude l’utilizzo del sistema trilitico.
    L’architettura generativa, con la generazione di formeche possono essere ricavate da quadrati, cerchi NURBS ecc.

    a mio avviso (ribadisco che non ho letto il saggio) é una lettura della situazione un po superficiale, contando anche la continua evoluzione dell’architettura che si sposta su piu strade inesplorate, a volte che sembrano tanto diverse e invece sono infondo molto simli, mentre altre simili ma profondamente diverse.

    per quanto riguarda l’architettura trilitica già i romani l’avevano superata, con gli archi e le volte a botte che danno la continuitá (muro-volta-muro) e anche il barocco ha ripreso il tema della continuitá.

    Perche non potrebbe essere chiamata architettura, questi edifici/progetti che si basano sull’utilizzo di NURBS(un esempio) che variano secondo una direzione e creano un ambiente fluido e continuo?

    complimenti per il blog che leggo attentamente
    e per la tesi che sembra molto interessante.

    un saluto
    Antonio.

  4. Alberto Pugnale
    Posted 5 September, 2007 at 11:03 am | Permalink | Reply

    Grazie del commento e mi scuso per la risposta tarda, ma un po’ di vacanza ogni tanto ci va!

    Partendo dalla tua domanda sulla classificazione dell’architettura genetica, o forse ancor meglio, sull’utilizzo di strumenti ed algoritmi genetici evolutivi per produrre e ottimizzare forme d’architettura si potrebbero prendere in considerazione due casi principali: il primo riguarda una pura ricerca geometrica, che sfrutta l’algoritmo inizialmente per generare forme molto complesse oppure semplicemente cerca di modificarle, sempre però secondo parametri geometrici. Si può trattare innanzitutto degli oggetti frattali, che iterazione dopo iterazione diventano molto complessi e interessanti geometricamente, ma è comunque difficile trovare in loro altre valenze, soprattutto in campo architettonico. Un secondo caso riguarda più nello specifico l’ottimizzazione, che è un po’ un ibrido tra la pura ricerca di forma, ad esempio per le tensostrutture o per i gusci nei quali si esclude ogni forma creativa che non derivi dalla valenza strutturale, e la forma libera, dove l’unica cosa che conta è il valore plastico-scultoreo dell’opera, ma forse meglio dell’oggetto.

    Da queste premesse (che spero siano chiare, semmai facciamo poi degli esempi) mi sembra che si possa inserire l’architettura che nasce dal supporto di strumenti come gli algoritmi genetici all’interno dell’ambito creativo. Pensando a come si sviluppa il processo progettuale è facile capire che l’uso di questi strumenti non consente di portare avanti il lavoro con metodi analoghi, seppur più lenti, manuali. E’ praticamente impossibile. Non è come nel caso di Gehry, nel quale una buona dose di schiavismo porterebbe comunque a risultati simili. La parametrizzazione in quel caso è una vera semplificazione della progettazione, ma non è essenziale ai fini del lavoro (ovviamente sto escludendo che esistono dei tempi limite per la consegna di ogni lavoro). Se ripensiamo invece di nuovo ad un progetto come la stazione TAV di Isozaki di Firenze, 2° al concorso, o al crematorio di Toyo Ito, sulla mia homepage del sito personale, vediamo che si tratta di forme che non potrebbero reggersi senza l’ausilio di algoritmi genetici. E’ una ricerca della forma che tiene in conto altre caratteristiche, altre valenze per giustificare il risultato finale. E’ una ricerca veramente all’inizio, soprattutto se si valuta il risultato architettonico e il dibattito sulla ricerca di forma e sulla forma in architettura (vedi Portoghesi, Moretti, ma in realtà un po’ tutti i grandi si sono sempre interrogati sulla forma).
    Prendendo il discorso da più lontano, ingegneri come Fuller hanno escluso la triliticità (parzialmente, comunque i suoi gusci erano pur sempre coperture che poggiavano a terra) sebbene non usasserò strumenti digitali. Quindi la vera domanda che si pone è se sia giusto separare un’architettura digitale dal resto. Io personalmente credo che non si possa fare. Non per niente tutta la saggistica a riguardo ha notevoli difficoltà a trattare l’argomento ed a collocarlo rispetto al resto. Probabilmente sarebbe più opportuno non confinarlo.

    Passando alla triliticità, l’argomento è ostico. A questo punto bisogna più che altro partire dal modo di pensare del progettista piuttosto che guardare il risultato. Riprendo l’esempio del crematorio di Toyo Ito, che è una forma libera, ottenuta con un’ottimizzazione avanzata, seppur rimanga un’architettura chiaramente trilitica, cioè una copertura che poggia su pilastri. La sua configurazione strutturale è chiara.
    Per escludere la triliticità i primi esempi che mi vengono in mente sono i lavori che segue il gruppo AGU (advanced geometry unit) di Arup, oggi seguito da Bosia, prima da Balmond (vedi ad esempio Informal, in bibliografia). Credo che qui si tratti prima di tutto di una scelta progettuale o meglio architettonica più che un derivato dell’utilizzo di tecniche digitali.
    Quando parli di continuità invece non mi è chiaro a cosa ti riferisci. Forse fraintendo io ma ho sempre considerato distinti il discorso continuità da triliticità. Infatti nel secondo il riferimento è più che altro la configurazione spaziale degli elementi, che sono chiaramente leggibili nel loro ruolo strutturale. Per la continuità invece non si escludono sia un’architettura trilitica che una non.

    Rispondo ora all’ultima domanda, o almeno provo a fornire qualche spunto su cui può continuare il dibattito. Se qualcuno ha definito le forme fluide e continue ‘non architettura’ magari aveva ragione riferendosi a qualche caso specifico. In giro si vedono molte sperimentazioni, oggetti di design, ecc, e direi che hanno ragione. Nel caso in cui queste forme facciano parte di un insieme che soddisfa i requisiti di un programma prestabilito (se housing che serva per abitare bene, se ufficio che sia adatto al suo scopo e via di seguito), allora perchè non chiamarlo prima di tutto un buon edificio e poi magari architettura.

    Per ora mi fermo qui Antonio, ma riprendo nuovamente il discorso se hai altri spunti da fornirmi.

    Un saluto,
    Alberto Pugnale

  5. Antonio
    Posted 17 September, 2007 at 9:31 pm | Permalink | Reply

    Ciao Alberto…
    anche io rientrato dalle vacanze….

    grazie per la risposta…
    per quanto riguarda la continuitá a cui mi riferivo, è quella spaziale, riferita agli elementi architettonici, certo scindibile dalla tipologia strutturale, trilitica o no.
    ultimamente quando si parla dell’architettura fluida (nox per esempio) si parla dell’innovazione per quanto riguarda la scomparsa di pareti copertura e pavimento, e che il tutto si fonde in un unicum,sia materiale che formale, in questo mi sono riferito hai romani che con la volta a botte crearono una continuitá formale non usata dai greci, sicuramente ben lontana dalla architettura fluida degli anni 2000…
    non tutto quello che si fa oggi é poi cosi innovativo come ci voliono far credere… nouva architettura ,architettura del futuro…
    é un architettura che si avvale di un sistema formale ben piu ricco delle architetture precedenti, grazie alle nove tecnologie, all’introduzione delle nurbs nel sistema formale usato.
    Io vedo molto piú innovativo e con magiori prospettive verso il futuro, un architettura che fa uso algoritmi genetici, che si possono implemetare tra loro creandosistema con una maggiore complessitá maggiore.

    ho appena letto il tuo ultimo articolo, che commenteró al piú presto…
    mi piace la direzione che stai prendendo…
    ti seguo attentamente….

    un saluto

    Antonio

  6. Posted 18 September, 2007 at 9:34 am | Permalink | Reply

    Appena riesco scrivo una piccola recensione del testo di Frazer “An evolutionary architecture”, del 1995, non più edito e neanche reperibile su amazon americano e inglese, però disponibile all’indirizzo internet: http://www.aaschool.ac.uk/publications/ea/intro.html
    E’ il testo base di questo modo concettualmente innovativo di intendere l’utilizzo degli strumenti informatici in architettura (diciamo meglio delle tecniche evolutive), che prescinde dal semplice ‘visualizzare’. Si tratta di un testo che raccoglie i frutti di una trentina di anni di ricerca e di alcune esperienze d’insegnamento all’Architectural Association. Non mi dilungo ora su cose che Frazer spiega molto bene, e più che altro tenderò a citare perchè mi sembra assurdo rifolmulare concetti già ben espressi.
    Come vedi per ora non mi interessano molto gli esiti architettonici di un certo gruppo di progettisti, proprio perchè sono convinto che le tecnologie non condizionino e indirizzino il risultato formale, cosa che solo la creatività umana può fare.

    Un saluto
    Alberto

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