Il 7 febbraio 2007 si è tenuta presso l’aula magna del Politecnico di Torino una conferenza dal titolo “Matematica e Architettura”, volta all’orientamento ed alla promozione del corso di laurea in “Matematica per le Scienze dell’Ingegneria”. Ospite d’onore è stato Daniele Bosia, architetto laureato a Torino e specializzato a Londra, che attualmente lavora alla ARUP (nell’Advanced Geometry Unit AGU). Nel suo intervento ha presentato principalmente i suoi studi, le sue ricerche ed i progetti che ha seguito e sviluppato per conto di ARUP. Il tutto volto a stimolare i potenziali studenti di matematica, proponendo loro un plausibile sbocco professionale di eccellenza.
Durante il suo intervento, Bosia ha sottolineato il ruolo fondamentale e dominante del servizio di consulenza di ARUP ai fini della buona compiutezza di un progetto. Infatti non si è mai citato il nome dell’architetto delle opere presentate, mai precisato il reciproco rapporto professionale, mai specificato il ruolo ed il contributo delle parti nel processo progettuale. Si è dipinta l’immagine della consulenza ingegneristica quale solutrice di tutti i problemi legati al progetto, e quindi quale produttrice della migliore soluzione progettuale possibile. Sostanzialmente, si è parlato di ARUP come del vero gruppo di ideatori e progettisti, come una pedina necessaria e sufficiente al funzionamento della complicata macchina quale è il processo progettuale.
In tutti i progetti curati da ARUP sembra quindi ininfluente il contributo dell’architetto che di volta in volta li affianca. L’ideazione, l’emozione, la raccolta di un’intenzione che porta dentro di sé una volontà creativa propria dell’architettura sembrano cose facoltative, eliminabili, surplus. Così anche la società d’ingegneria più grande del mondo si pone come rappresentante di una conoscenza e di una cultura settorializzata e specializzata piuttosto che multidisciplinare.
L’attività di consulenza ingegneristica del gruppo ARUP viene affiancata, all’interno dell’Advanced Geometry Unit, da studi sulla ricerca di forma e sulla morfogenesi. Si fa ricerca architettonica compilando ed eseguendo algoritmi, i quali producono, sulla base delle istruzioni impartite, geometrie potenzialmente interessanti. Da un lato quindi la grande esperienza e organizzazione del gruppo ARUP come consulenti, dall’altro dei ricercatori e degli sperimentatori di forme non-standard. In realtà sembra però che le due attività di ARUP non siano tanto complementari, quanto più l’una figlia dell’altra. In sostanza, la formazione e l’esperienza ingegneristica hanno incanalato i professionisti della AGU a ricercare più che altro sulla base e con l’ausilio dei loro strumenti di forza, primo fra tutti la computazione. E questo è proprio quello che si evince dall’intervento di Bosia. Osservando i suoi studi frattali basati su algoritmi per la generazione di textures, guardando le sue forme che crescono, che si assemblano, che mutano, si riscontra un approccio del tutto gestuale. Non si tratta dei classici schizzi a matita riconoscibili di Gehry, Fuksas, Hadid e compagnia, ma quelli fatti con la nuova matita ‘del ventunesimo secolo’ come lo stesso Bosia l’ha definita, e cioè il calcolatore e l’algoritmo. E per l’architettura questa constatazione è sicuramente negativa, in quanto la gestualità produce riconoscibilità, e di conseguenza la referenzialità e l’auto-celebrazione piuttosto che la celebrazione dell’opera costruita, unico vero scopo del progettista.
I temi di riflessione che nascono da questo intervento rilevante e d’indiscusso interesse sono molti, e riguardano per lo più la questione metodologica che sta dietro ai processi progettuali (soprattutto nelle fasi iniziali) piuttosto che quella strumentale. Ad esempio: non è paradossale che lo sviluppo di strumenti personalizzati, quindi creati appositamente dai progettisti per risolvere in modo più accurato e puntuale problemi specifici, diventi a lungo termine un modo di chiudersi nella ripetitività, piuttosto che nell’innovazione? Come si evita di produrre gestualità nella generazione di forme al computer? Come si coniuga il fascino della novità e della complessità delle forme con la serialità e la ripetitività che caratterizzano la natura degli algoritmi che le producono?
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